Mio figlio è “impossibile”. Vincoli e risorse dei disturbi oppositivi in età evolutiva.

Vi è mai capitato di assistere attoniti alle manifestazioni di rabbia dei vostri bambini? Vi è mai capitato di misurarvi con l’effetto “muro di gomma” quando si tratta di regole?
Se siete rimasti colpiti dalla frequenza di questi episodi e dalla durezza di ciò che accade, sappiate che non siete i soli e continuate a leggere.

Tantissimi sono i genitori che si trovano oggi alle prese con comportamenti critici riguardanti i propri figli. Il tema dell’educazione è un tema caldo e i mass-media ci informano giornalmente sui disagi che possono esprimersi in età evolutiva e su come farvi fronte, aprendo molte riflessioni su come essere genitori quando i figli diventano “impossibili”.

In questo articolo vogliamo parlarvi di bambini che la letteratura scientifica identifica con l’acronimo DOP (Disturbo Oppositivo Provocatorio), un disturbo la cui prevalenza si stima oscillare nei paesi occidentali tra il 5 e 10 % nei bambini di età compresa tra gli 8 e i 16 anni (Farruggia et al. 2008).

Si tratta di bambini che mostrano comportamenti incontrollati in una fascia d’età compresa tra la prima infanzia e l’adolescenza. L’età e il sesso del bambino sono statisticamente correlati: in preadolescenza sono i maschi a manifestare più diffusamente un comportamento di questo tipo, mentre in adolescenza si registra un’equità tra i generi.

Come si manifesta il disturbo oppositivo provocatorio?
I bambini interessati da questa problematica litigano spesso con le persone adulte e con i propri coetanei; è caratteristica di questo disturbo il rifiuto delle regole e l’oppositività alle richieste provenienti dall’esterno. Anche se questi bambini vivono qualsiasi richiesta di adattamento alla realtà in maniera frustrante e avvilente, spesso ridono quando vengono sgridati e accusano apertamente gli adulti delle proprie mancanze, risultando molto irritanti.

Succede in alcuni casi che questi bambini rifiutano di andare a scuola; quando ci riescono, la situazione si complica e la reiterazione dell’astinenza dalla scuola, se persistente, viene spesso diagnosticata come fobia scolastica.

Fin da piccoli, questi bambini possono manifestare la loro oppositività anche tramite il cibo, rifiutandolo. Nella nostra pratica clinica ci siamo spesso imbattuti in situazioni nelle quali i bambini comunicano attraverso il rifiuto del cibo la loro competenza e sensibilità rispetto ai nodi critici della propria famiglia; non a caso è frequente che tale oppositività si manifesti con alcune persone piuttosto che con altre.

Uno dei tratti più preoccupanti che abbiamo riscontrato nelle famiglie in terapia, riguarda il potere che questi bambini manifestano, a casa e a scuola, esprimendo collera, rabbia e rancore oltre a comportamenti vendicativi e dispettosi. Queste modalità comportamentali mettono in scacco i contesti educativi, che si trovano ad un bivio paradossale: punirli inasprendo il rifiuto o soccombere impotenti all’evidenza del loro disagio e quindi confermare il loro potere?

Quando possiamo considerare un problema l’oppositività?
Il problema si evidenzia quando l’oppositività interferisce negativamente e in modo significativo nella relazione del bambino con i genitori, con gli insegnanti, a scuola e con i coetanei – negli ambienti scolastici ed extra scolastici.

Un segnale importante della gravità (o meno) del disturbo, consiste proprio nel capire quanti dei contesti sopra citati risultano compromessi. Occorre intervenire quando percepiamo che la quotidianità è intaccata in modo rilevante e risulta più o meno dolorosa da vivere sia per il bambino che per i genitori. Nel ciclo di vita è frequente infatti la comorbilità dell’oppositività con il Disturbo dell’Umore, il Disturbo da uso di sostanze e il Disturbo da deficit di Attenzione e Iperattività (ADHD): anche se ci sembra che questi bambini siano del tutto irriverenti, dietro ai loro comportamenti disfattisti c’è sempre molta sofferenza, che a volte resta sullo sfondo per dare luce a ciò che fa più rumore.

Essere oppositivi è solo un problema?
Caratteristica del DOP, abbiamo detto, è l’oppositività da cui il disturbo prende il nome. Essere oppositivi si iscrive però all’interno della normale crescita di tutti noi. È proprio con la comparsa del “no” che si realizza, tra i 2 e i 4 anni, una tappa fondamentale della crescita del bambino. In questa fase il bambino inizia a prendere consapevolezza di essere altro rispetto alla mamma e al papà o ad altre figure di attaccamento, di essere – se pur in modo rudimentale, un individuo a sé stante. Se ci pensiamo, il “no” è una prima modalità comunicativa che il bambino utilizza per tracciare i propri confini relazionali: con il “no” i nostri bambini, come dei piccoli sarti, iniziano a ricamare la propria identità.

Attraverso il tanto doloroso “no” i nostri figli ci comunicano che stanno prendendo le giuste distanze dagli altri e che stanno iniziando a gattonare sulla strada della loro autonomia.
Pertanto, l’oppositività diventa una risorsa se il bambino e l’entourage familiare riescono ad utilizzarla come tale ed in senso evolutivo.
Attraverso l’oppositività diventiamo simili ma non identici.

Cosa può fare un genitore di fronte all’oppositività persistente del figlio?
L’oppositività è dunque una risorsa a disposizione del bambino all’interno del ciclo di vita, ma quando viene messa al servizio di un disturbo, diviene più una rinuncia che una risorsa: se essere oppositivi all’interno di uno sviluppo armonico dell’identità significa che il bambino utilizza il no per dire “voglio decidere per me”, all’interno del DOP l’opporsi può configurarsi come una condizione in cui il bambino mette a dura prova il suo interlocutore, come se rimanesse incastrato nella relazione con lui solo sul piano di un gioco di potere dicendo “qui comando io!”. L’oppositività perde dunque i suoi risvolti evolutivi e diviene per il bambino uno strumento di comunicazione sul fatto che qualcosa non va, che provoca difficoltà e sofferenza nei genitori: la natura di questo qualcosa va indagata, poiché specifica di quella famiglia, di quelle relazioni famigliari e di quella storia. Se questa comunicazione, infatti, non viene compresa e per farvi fronte si ricorre a ricette stereotipate, il rischio è che si trasformi in un grido sordo e che si apra la strada della cronicizzazione del disturbo, sotto forma oppositivo o sotto altre forme.

Visto il livello di stress e frustrazione cui gli adulti sono esposti, capita che inizialmente (e comprensibilmente) essi rispondano ai comportamenti oppositivi del bambino con punizioni molto severe, con rabbia o insistendo a dare delle regole: tentativi che alla luce di quanto scritto sopra risulteranno, nella maggior parte dei casi, fallimentari. Paradossalmente, è meglio evitare questo tipo di soluzioni nella misura in cui l’indietreggiamento dalla norma non si configura come un disinteresse o una resa (rischio sempre in agguato), ma come un desiderio di reale comprensione emotiva della difficoltà che stanno dietro i comportamenti del bambino.

Quando il genitore si trova sguarnito di strumenti per affrontare questa situazione, è utile che cerchi un supporto alle proprie risorse. Si può considerare la possibilità di un cambio di prospettiva nella quale i comportamenti del bambino vengono considerati non solo come un problema del genitore o che riguarda solo il bambino, ma anche come il segnale di un disagio che riguarda tutti: solo vedendo il bambino come un interlocutore competente i genitori potranno capire la natura del malessere che li attanaglia.

Quando, per la dimensione del problema o per la coincidenza con altre problematiche, le energie e le risorse dei genitori sono affievolite o carenti, la terapia familiare può rappresentare uno strumento utile per far fronte alla situazione contingente.

Contattare uno psicologo significa iniziare a risolvere un problema, per evitare di adattarsi ad una situazione che fa star male tanto i genitori quanto i figli.

 

Tiziano Schirinzi e Pinuccia Ribaudo

 

 

Bibliografia

Farruggia, R., Romani, M., & Bartolomeo, S. (2008). Disturbi della Condotta/Disturbi della Personalità: riflessioni teorico-cliniche per una presa in carico precoce. Psichiatria dell’Infanzia e dell’Adolescenza, 75: 3-4, 503-513.

 

 

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