Mindfulness: dove nuovi e antichi percorsi per superare la sofferenza si incontrano

Nel corso degli ultimi decenni sono stati sviluppati nell’ambito delle psicoterapie occidentali, e in particolare in quella cognitivo-comportamentale, modelli di trattamento validati basati sulla pratica meditativa di mindfulness, uno degli insegnamenti fondamentali dell’antica psicologia buddhista.

La mindfulness è un modo apparentemente semplice di rapportarsi a ogni esperienza, interna o esterna a noi; è un atteggiamento mentale capace di ridurre la sofferenza, di salvaguardare e mantenere il benessere acquisito e preparare il terreno per una trasformazione personale positiva. Viene definita da Jon Kabat-Zinn, l’eminente pioniere dell’applicazione terapeutica della mindfulness, come “quello stato di consapevolezza che emerge, prestando attenzione intenzionalmente, nel momento presente e in modo non giudicante al presentarsi dell’esperienza momento per momento”. Si tratta di un processo psicologico fondamentale che può modificare, attraverso un opportuno addestramento,  il modo in cui rispondiamo alle inevitabili difficoltà della vita, non solo alle sfide esistenziali quotidiane, ma anche a problemi psicologici gravi, come la depressione cronica e le tendenze suicidarie, i disturbi d’ansia, i disturbi da dipendenza, il disturbo ossessivo-compulsivo e patologie associate all’impulsività, i disturbi alimentari e l’ADHD (Disturbo da Deficit di Attenzione e Iperattività).

punto_di_vistaLa mindfulness è quindi una modalità o atteggiamento mentale, che attraverso una pratica meditativa regolare e quotidiana può diventare un vero e proprio stile di vita e modo di essere. I training in cui si insegna a sviluppare la mindfulness, di solito della durata di 8-10 sedute, aiutano le persone a modificare il loro modo di rapportarsi con l’esperienza interna, cioè i pensieri, le emozioni e le sensazioni fisiche, e con l’esperienza esterna, gli eventi della vita.

Così come possiamo migliorare la nostra forma fisica, o modellare i nostri muscoli, attraverso esercizi fisici regolari, possiamo anche sviluppare lo stato di mindfulness con pratiche mentali intenzionali. La mindfulness consiste in un particolare stato mentale che viene coltivato e sviluppato attraverso una pratica meditativa chiamata vipassana (in Sanscrito, l’antica lingua indiana, significa “vedere le cose come esse sono”), i cui effetti sono dimostrati da diversi decenni da numerose ricerche scientifiche.

Da un punto di vista etimologico, il termine mindfulness è la traduzione inglese della parola in lingua Pali sati. La lingua Pali era l’antico idioma usato nei testi della psicologia buddhista di 2.500 anni fa e la mindfulness era l’insegnamento centrale di questa tradizione sviluppatasi come metodo finalizzato alla comprensione e alla cessazione della sofferenza umana. Il termine sati connota consapevolezza, attenzione e ricordo, concetti che definiscono uno stato di coscienza. Man mano che nel corso dei decenni la mindfulness è stata adottata dalla psicoterapia occidentale e si è allontanata dalle sue antiche radici, il suo significato si è progressivamente espanso. Più precisamente, quando viene utilizzata e adattata allo scopo di alleviare specifiche condizioni cliniche, la mindfulness inizia a includere anche altre qualità mentali, oltre a quelle rappresentate dalla parola sati (consapevolezza, attenzione e ricordo), qualità come non giudizio, accettazione e compassione, componenti queste ultime fondamentali all’interno di qualsiasi processo psicoterapeutico.

download-6Gli effetti della pratica di mindfulness

La pratica meditativa di mindfulness offre un metodo grazie al quale diventiamo meno reattivi rispetto a ciò che ci accade nel momento presente. Si tratta di un modo di entrare in contatto con l’intera nostra esperienza (sia essa positiva, negativa o neutra) che ci offre le risorse per poter ridurre il nostro livello generale di sofferenza e accrescere il nostro livello di benessere. Il semplice divenire consapevoli di ciò che accade, dentro e intorno a noi, rappresenta l’inizio della liberazione dalle preoccupazioni mentali e dalle emozioni difficili da gestire. Infatti, la mindfulness è in realtà la via d’uscita dal nostro stato di trance quotidiano nel quale sia in balia di sistemi di condizionamento inconsci, abituali e automatici.

Da sempre la scienza occidentale ha fatto sforzi straordinari per comprendere il mondo esterno, raggiungendo risultati eccellenti nell’utilizzo della chimica, della farmacologia e della chirurgia per curare malattie fisiche e psichiche. Allo stesso tempo però la scienza medica occidentale si è concentrata prevalentemente sullo studio delle cure potenziali al di fuori dell’individuo, sviluppando tecnologie molto avanzate, ma spesso estremamente invasive. Nel fare questo, ha dato meno rilievo alle potenzialità e risorse interiori positive e terapeutiche presenti in ognuno di noi, che potevano essere usate come mezzo per guarire dall’interno. Al contrario, la tradizione buddhista, definita anche la scienza della mente, si è concentrata fin dalle origini sullo studio del funzionamento della mente umana, comprendendo che lì risedeva l’origine del benessere e di ogni sofferenza umana e che addestrando la mente attraverso la pratica meditativa si poteva uscire dalla sofferenza e costruire un benessere stabile.

Negli ultimi trent’anni il numero di ricerche scientifiche che hanno mostrato gli effetti straordinari della meditazione di mindfulness ha avuto una crescita esponenziale: un rilassamento profondo in piena coscienza, che non ottunde l’attenzione, bensì la potenzia; un maggior controllo dei circuiti neuroendocrini e in modo particolare di quello dello stress; una maggiore coerenza cerebrale, una migliore comunicazione tra gli emisferi, una maggiore capacità di adattamento ai cambiamenti della vita. Anche sul versante psicologico e psicoterapeutico la meditazione di mindfulness ha degli effetti rilevanti: promuove un atteggiamento non giudicante verso sé stessi e gli altri; aiuta le persone ad adattarsi in situazioni incerte, instabili e stressanti e le stimola a prendere contatto con se stesse e con la propria coscienza; sviluppa la responsabilità personale, la compassione, l’empatia e il senso di accettazione nel paziente e nel terapeuta e previene i comportamenti impulsivi e compulsivi e il rimuginio patologico (fattore che può condurre chi è predisposto agli episodi depressivi).Un’altra area di ricerca, che sta alimentando l’interesse nella mindfulness, è quella sulla neuro-plasticità (cioè la capacità della mente di cambiare il cervello) che utilizza metodi di neuroimaging (PET, Risonanza Magnetica Nucleare). Sappiamo, infatti, che “i neuroni che si attivano insieme, si legano tra loro” (Hebb, 1949, in Siegel, 2007) e che l’attività mentale della meditazione attiva specifiche aree del cervello. Sara Lazar e altri (2005) hanno dimostrato che, dopo anni di pratica meditativa, le aree del cervello associate all’introspezione e all’attenzione diventano più spesse. Davidson e altri (2005) hanno riscontrato che, dopo solo otto settimane di training di mindfulness, aumenta l’attività nella corteccia prefrontale sinistra. L’attivazione di quest’area è associata alle sensazioni di benessere come pure l’aumento dell’attività metabolica in questa parte del cervello è correlato alla forza della risposta immunitaria al vaccino contro l’influenza. Modificazioni ancora più significative si trovano nel cervello dei monaci tibetani, che hanno un’esperienza di pratica meditativa compresa tra le 10.000 e le 50.000 ore (Lutz, Grelschar, Rawlings, Richard e Davidson, 2004).

Le evidenze empiriche, derivate da studi scientifici, stanno validando ciò che i meditatori avevano da tempo ipotizzato, e cioè che allenare la mente modifica il cervello (Begley, 2007) e ora cominciamo a vedere dove e quanto questo cambiamento sia possibile.

A partire dagli anni ’80 inoltre numerose ricerche hanno evidenziato l’efficacia clinica della meditazione e delle prospettive basate sulla mindfulness, sia nei confronti di patologie psichiatriche (depressione, disturbi d’ansia, disturbi alimentari, abuso di sostanze, disturbo borderline, etc.) che di disturbi di tipo medico (oncologia, psoriasi, dolore cronico) permettendo lo sviluppo di protocolli e modelli terapeutici validati di provata efficacia che si sono integrati felicemente con la psicoterapia cognitivo-comportamentale tra i quali la Mindfulness-Based Cognitive Therapy, la Dialectical Behaviour Therapy, l’Acceptance and Commitment Therapy e la Compassionate Mind Therapy. È proprio per le evidenti connessioni con il cognitivismo clinico e per le integrazioni importanti avvenute negli ultimi anni con vari modelli cognitivisti, che le prospettive basate sulla mindfulness e sull’accettazione sono oggi riconosciute da numerosi autori a livello internazionale come la terza generazione della psicoterapia cognitivo-comportamentale.

psicodinamica-12L’utilizzo della mindfulness in un setting terapeutico individuale

I sopra descritti modelli terapeutici si configurano per lo più in interventi con un formato strutturato e di gruppo (vedi MBSR, MBCT, DBT, etc.), ma la mindfulness e i suoi principi fondativi possono essere efficacemente implementati anche in setting terapeutici individuali.

Infatti la mindfulness, e le pratiche meditative che permettono lo sviluppo di questo stato mentale, hanno rivelato un’utile e rilevante applicazione anche all’interno di setting psicoterapeutici individuali, non solo per gli effetti terapeutici di tali pratiche nell’alleviare la sofferenza emotiva del paziente, ma anche per potenziare e rafforzare la relazione terapeutica.

Infatti, attraverso la pratica personale di mindfulness da parte del terapeuta da un lato e della condivisione di essa con il paziente in seduta è possibile sviluppare una serie di qualità psicologiche e stati mentali, quali l’empatia, la compassione e l’accettazione, che sono alcuni degli elementi fondativi della relazione terapeutica e perciò dell’efficacia di qualsiasi intervento psicoterapeutico.

Inoltre, i cambiamenti, che avvengono nel cervello quando siamo emotivamente in sintonia con i nostri stati interni durante la meditazione, sembrano essere correlati con quelle aree del cervello che sono attive quando ci sentiamo in connessione con gli altri (Siegel, 2007), il che suggerisce che i terapeuti, praticando la meditazione basata sulla mindfulness, possono allenare il cervello per sviluppare una maggiore efficacia terapeutica.

La formazione nella mindfulness per i professionisti della salute

In questo momento c’è un notevole interesse per l’utilizzo di approcci basati sulla Mindfulness nella pratica medica e questo interesse solleva una quantità di domande interessanti a proposito del training di professionisti in ambito medico e psicologico.

I training basati sulla Mindfulness sono sostanzialmente diversi rispetto ad altri programmi di training professionale nell’ambito clinico.

learnI professionisti in ambito medico e psicologico sono abituati a ricevere istruzioni e informazioni riguardo a teorie e tecniche particolari e, quindi, ad acquisire una esperienza diretta dall’applicazione di queste tecniche nella pratica terapeutica. Alcuni aspetti della Mindfulness, in verità, possono essere insegnati con la nostra modalità usuale di comunicare la conoscenza attraverso la trasmissione di concetti e attraverso metodi intelettuali e “razionali”. Ma gran parte della Mindfulness può essere scoperta e comunicata davvero solo quando il terapeuta incarna completamente e profondamente questo approccio e modo di essere. È questo che intendiamo dicendo che nella formazione della mindfulness andiamo oltre il metodo per connetterci al cuore, cuore inteso nel suo senso antico, come il luogo dove convergono intelletto, emozione e spirito nell’essere umano. Questo pone un’enfasi diversa sull’apprendimento clinico, perché significa trasmettere la Mindfulness da una posizione che risuona autentica ed efficace solo in relazione a ciò che la pratica porta nella vita del terapeuta.

Nel fare questo, il formatore o l’insegnante di mindfulness comunica un senso di unità e integrazione tra l’esperienza di Mindfulness e le sue stesse relazioni nel mondo, offrendo così una presenza vera, autentica e profonda in cui la mindfulness viene trasmessa ai discenti dalla capacità dell’insegnante di incarnare la sua essenza e non tanto dalle nozioni teoriche e concettuali trasmesse.

I programmi MBSR e MBCT enfatizzano entrambi il fatto che l’istruttore insegna sulla base di un impegno esperienziale con la Mindfulness e non attraverso un processo cognitivo. Una parte vitale di ciò che l’insegnante di mindfulness comunica è il suo stesso incarnare la Mindfulness nell’interazione con il gruppo e i partecipanti dei programmi MBSR o MBCT imparano la Mindfulness in due modi: attraverso la loro pratica personale e quando l’istruttore è in grado di incarnarla nel modo in cui tratta le questioni nel gruppo.

Il potenziale di trasformazione della pratica di Mindfulness è a disposizione di partecipanti e insegnanti solo se si vive con la pratica e si utilizzano i fondamenti attitudinali in modo attivo all’interno delle proprie abitudini e stili di vita.

Possiamo avvicinarci alle questioni fondamentali riguardo al training di mindfulness e alla comprensione della qualità di un percorso formativo in questo ambito solo partendo da questi presupposti fondamentali.

Prof. Fabrizio Didonna

Istituto Italiano Mindfulness, Università di Barcelona, Università di Shanghai

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